La migrazione al femminile.
Secondo le Nazioni Unite almeno la metà di coloro che emigrano da un paese all’altro sono donne.
Allo stesso tempo le ricerche scientifiche degli ultimi anni dimostrano che l’impatto psicologico di questa esperienza di vita sia molto più intenso nelle donne rispetto agli uomini.
Chiediamoci il perché e soprattutto, queste donne chi sono?
Quando parliamo di donne migranti non dobbiamo pensare soltanto a coloro che forzatamente si allontanano dal proprio paese, magari scappando da guerre, carestie o semplicemente cercando una vita migliore.
Le donne di cui parlo, alle quali appartengo anch’io, sono donne che provengono da paesi industrializzati, moderni, che hanno vissuto pienamente la loro vita nel paese d’origine e che hanno scelto personalmente e in modo attivo di trasferirsi, temporaneamente o definitivamente.
Nella maggior parte dei casi, la motivazione che spinge queste donne a partire ha a che fare con la famiglia, non tanto quella di origine ma piuttosto il nuovo nucleo familiare che si formerà o che si è già formato. Spesso sono donne che seguono il marito all’estero, che scelgono di ricongiungere i figli con il padre o che decidono di avvicinarsi ad un uomo di cui si sono innamorate e lontano dal quale sentono di non voler vivere.
Esiste anche una percentuale di donne che parte per migliorare la propria situazione lavorativa. Ma è ancora una piccola parte.
Spesso sono donne che hanno studiato, laureate, che hanno investito tempo, denaro e fatica in una formazione che hanno scelto e conseguito con determinazione.
Ancora, possono essere donne che hanno già un’attività più o meno avviata nel proprio paese e che decidono coraggiosamente di lasciare o interrompere.
Ma questa scelta, fatta per amore di un uomo, dei propri figli, e perché no di sé stesse, che prezzo comporta? Quali conseguenze avrà su di loro?
Arrivare in un paese sconosciuto, dove si parla una lingua incomprensibile, dove non sia hanno amici, parenti, anche solo conoscenti, rappresenta di per sé un’esperienza profondamente stressante. Si alternano momenti in cui sentiamo di essere nel posto giusto al momento giusto, a momenti di angoscia e paura. È un susseguirsi continuo di emozioni diverse, alcune piacevoli, altre dolorose e difficili.
Siamo sulle montagne russe!
Di solito il primo anno è il più complesso ma anche il più importante. Dal modo in cui lo affronteremo, ne usciremo rafforzate oppure indebolite.
È un vero e proprio passaggio interno da “com’eravamo” a “come potremo, sapremo essere”.
Una riscrittura di noi stesse che passa attraverso l’elaborazione delle perdite e delle rinunce per arrivare ad una nuova consapevolezza.
Alcune di noi restano impantanate in questo limbo. Tra il passato e il futuro, senza riuscire a vivere appieno il presente. Continuano a rimpiangere ciò che erano ma non riescono a diventare qualcos’altro.
Questo stato di immobilità, che ognuna di noi forse in parte ha vissuto anche solo per brevi periodi, se prolungato nel tempo, può tradursi in uno stato di perenne infelicità e di continuo guardarsi indietro.
Molte altre riescono invece a ricominciare a progettare sé stesse e la propria vita.
In alcuni casi, in soccorso arriva la maternità, sia come opportunità di sviluppo personale, sia come nuovo ruolo nella famiglia e nella società.
Diventare mamme e occuparsi dei figli piccoli, richiede energia e creatività, soprattutto quando si e lontane dal sostegno e dal supporto di familiari e amici.
Così queste donne diventano la colonna portante della famiglia. Grazie alla loro forza, il marito può dedicarsi alla carriera e i figli possono crescere.
Sono il collante tra il “vecchio mondo” e quello nuovo, le custodi delle tradizioni e della memoria.
Certo, man mano che i figli crescono, anche queste mamme avranno bisogno di reinventarsi. Se questo non accade, di nuovo il rischio è quello di sentirsi in trappola, con conseguenti sentimenti di rabbia, frustrazione e impotenza.
Insomma, sia che si scelga di mettere al mondo dei figli, sia che si privilegi il percorso professionale, o come nella maggior parte dei casi, si cerchi di portare avanti tutti e due questi aspetti, la ricostruzione di noi stesse è un processo inevitabile.
Che cosa può esserci di aiuto per affrontare tutto questo nel migliore dei modi?
Sicuramente non esiste una ricetta che sia ugualmente valida per tutti. Ogni persona è un universo a sé, possiede risorse ma anche limiti, che sono personali e non generalizzabili.
Ciò che sicuramente possiamo fare è chiedere aiuto. Ad un familiare, ad un vecchio amico, ad un professionista. Chiedere aiuto rappresenta il primo passo per consapevolizzare dentro di noi il disagio che stiamo vivendo.
Per chiedere aiuto a qualcun altro, dobbiamo prima di tutto chiedere aiuto a noi stessi. Attivare un dialogo interno fatto di ascolto e comprensione.
Questo di per sé è già curativo.
Gli strumenti che sceglieremo per “aiutarci” possono essere i più diversi. C'è che sceglierà lo sport, chi le relazioni sociali, chi la cura dei figli, chi il giardinaggio, chi un amico a quattro zampe, chi un percorso di terapia.
Fare in modo che almeno un aspetto della nostra vita “funzioni”, cioè sia nutriente e arricchente. Può essere il lavoro, la famiglia, le relazioni esterne...Fare perno su questo, per poi migliorare anche gli altri, con flessibilità e pazienza.
I tempi di chi vive un’esperienza come la nostra sono diversi, dilatati. Concentrarsi su obiettivi a breve e medio termine sicuramente aiuta. Così come sicuramente aiuta il possedere degli strumenti culturali adeguati che ci permettano di aprirci al nuovo, al diverso, allo sconosciuto, fuori e dentro di noi.
Dott.ssa Diletta Sani
Psicologa Clinica e di Comunità.
sanidiletta@gmail.com
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