Oddio che vergogna...
Io con la vergogna ho sempre avuto un pessimo rapporto.
Questa emozione complessa, secondaria, detta anche dell’autoconsapevolezza, io l’ho temuta, allontanata, cancellata, ci ho lottato contro, ho fatto finta che non esistesse, l’ho sublimata, manipolata, distorta. Ho applicato su di lei tutte le difese che avevo a disposizione. Ma soprattutto l’ho subita.
Fin da quando mi ricordi, io questa emozione non l’ho saputa mai sopportare, tollerare o figuriamoci trasformare in qualcosa di buono. Il più delle volte dalla vergogna sono passata all’umiliazione, e lì l’effetto è stato anche peggiore.
Sono tanti gli episodi che mi vengono in mente e che hanno a che fare con Lei.
Niente di eclatante, intendiamoci. Piccoli errori evidenziati da qualcuno, che diventano però la prova della mia imperfezione. Uncompito fatto male a scuola, un brutto voto a matematica, un passo di danza che proprio non mi vuole venire. Addirittura la vergogna per il mio nome, diverso da quello di tutti gli altri e che nessuno capiva mai alla prima. Ah, avrei pagato oro perchiamarmi Martina o Francesca. Certo se avessi saputo che poi sarei venuta a vivere in Turchia, lo avrei preso come un allenamento...adesso sì che il mio nome non lo capisce nessuno!
Chiedersi da dove venga tutto questo è importante ma non essenziale. Sapere la causa di un problema è solo il primo passo per risolverlo. E spesso diventa un modo per affibbiare colpe a destra e a manca. Genetica? Carattere? Genitori particolarmente esigenti? Forse un insieme di tutte queste cose. La diagnosi di un problema purtroppo non basta per superarlo. Il cammino è molto più lungo e ti vede impegnato in prima persona.
Con la crescita le cose non sono migliorate. Anzi, al contrario se possibile sono peggiorate ulteriormente. Con l’entrata nell’adolescenza, la vergogna del “fare” ha iniziato a trasformarsi in vergogna “dell’essere”. E così, ogni errore, ogni imperfezione era l’anticamera del non-valere. Se sbagli non vali niente. Non puoi sbagliare. Non devi.
Il crollo è dietro l’angolo. E infatti qualche anno dopo il crollo è arrivato, puntuale e implacabile.
Mi ricordo quando in terza liceo passando dalla scuola privata, dove avevo raggiunto buoni risultati, alla scuola pubblica, il mio unico pensiero per tutta l’estate che ha preceduto il fatidico passo è stato: “E se scoprissero che non valgo niente?”
Quei tre anni di scuola sono stati l’officina della vergogna e dell’umiliazione. Una brava studentessa come me, assolutamente non riconosciuta nei suoi sforzi e nel suo impegno, e anzi etichettata come l’ultimo degli svogliati. Inaccettabile. Una parte di me continuava a dire che ero stata “smascherata”, finalmente si era visto chi ero. Per fortuna siamo animali complessi e accanto a questa convivevano anche altre parti di me, più vive e clementi, che hanno lottato con le unghie e con i denti per dimostrare che io in realtà ero molto di più. E ce l’hanno fatta! L’esame di maturità, contro ogni funesto pronostico, ne è stata la prova.
Ma i miei conti con la vergogna non erano finiti.
La paura di sbagliare è sempre stata presente in ogni cosa che ho fatto, in ogni scelta, ad ogni bivio. A volte mi ha bloccato, a volte sono riuscita a metterla da parte, almeno per un po'. Fedele compagna di una vita.
Addirittura, anche delle cose belle mi vergognavo. Della mia bellezza fisica. Dei miei pregi. Delle cose buone che riuscivo a fare. Non li sentivo meritati. Dietro ad ogni complimento, intravedevo una bugia. Dietro ad ogni successo, un tranello.
Dopo la laurea in Psicologia (scelta non casuale!), ho iniziato il tirocinio obbligatorio all’AUSL. Fresca di laurea e piena di buoni propositi, mi sono recata a lavoro e la prima settimana tutti itirocinanti sono stati sottoposti al test di personalità MMPI. Non che io credessi fortemente in questo tipo di strumenti. Insomma, come può un insieme di domande dirmi chi sono?
L’ho fatto, come tutti gli altri. Dopo un paio di giorni, incrocio la dottoressa Saura in corridoio, la quale mi dice:” Sei una bella bugiardina tu!...”. Rimango di stucco. Bugiarda? Io? Ma assolutamente no!
Mi spiega che dal test è emerso un punteggio alto nella dimensione delle bugie.
Ma io non sono una bugiarda. E lo dico senza nessuna retorica. Anzi, sono una molto attenta alla verità delle cose. Certo, nella vita mi sarà capitato di dire qualche bugia “bianca”, ma niente di più.
Mi arrabbio, protesto. Confermo la mia pessima opinione sui test di personalità, dopodiché cancello l’accaduto e non ci penso per anni.
Fino a qualche mese fa.
Quando sono stata protagonista di un episodio che ha cambiato profondamente le mie sorti professionali e in parte anche personali. In quella occasione, un po' per ingenuità, un po' per superficialità, e forse anche a causa di quella paura di sbagliare che sempre mi ha accompagnato, ho fatto un errore. Non con cattive intenzioni. A dire il vero non mi sono neppure accorta di averlo fatto fin quando non ne ho subite le conseguenze. Non ero presente a me stessa in quel momento. Non come avrei dovuto. E così la situazione è precipitata ed io ho perso una buona occasione di lavoro e soprattutto un’amica.
Non mi è stata data la possibilità di rimediare, né di spiegarmi.
Ricordo il calore sulle mie guance e l’incredulità che ho provato dopo.
Cosa c’entra tutto questo con la vergogna?
È passato più di un anno e nonostante io sia andata avanti con la mia vita e con il mio lavoro, nonostante abbia fatto tante belle cose che mi hanno gratificato, nonostante tutto, io sono ancora in quella stanza, quel giorno, con le gote calde di vergogna.
Rendermi conto di questo non è stato facile e neanche piacevole.
Riuscire a dire a me stessa che mi vergognavo profondamente per quello che avevo fatto, o meglio che non ero riuscita a fare quel giorno. E ancora, che mi vergognavo per quello che gli altri pensavano di me in conseguenza a quel giorno. L’opinione sulla mia persona, faticosamente e lentamente costruita passo dopopasso, con serietà ed impegno, macchiata dal giudizio di qualcuno.
Mi sono accorta di essermi ritirata, isolata, quasi cancellata per la paura di provare vergogna.
Riuscire a dire questo a me stessa è stato liberatorio.
Per liberarsi da un emozione ingombrante che non sappiamo gestire, abbiamo bisogno innanzitutto di provarla sulla nostra pelle, senza fuggire. Non importa se è un’emozione vecchia di anni. Il tempo passa ma Lei resta lì, intatta. Ci vuole il coraggio di guardarla negli occhi. Ed io quel giorno l’ho fatto.
Ho sentito subito i benefici. Tutta la pesantezza si è come dissolta. È stato come un miracolo, una grazia. Ma io so che in realtà è il frutto di un lungo cammino.
Da quel momento ho avuto in testa la chiara e netta consapevolezza di non volermi più assolutamente vergognare per quella che sono. E non è solo una bella frase detta tanto per dire. Io la sento nel sangue e nelle ossa. È dentro di me. È acquisita.
I primi cambiamenti sono arrivati subito. Fin dai primi giorni.Forse neanche evidenti dall’esterno, ma urlanti dentro. Un modo nuovo di sentirmi rispetto a me stessa e agli altri.
Ovviamente questo non significa che io non mi vergogni più.
Se sei nata “ vergognosa” morirai “vergognosa”! Divento ancora rossa e le mie guance tornano a scaldarsi anche di fronte a piccole cose. Quella che è cambiata è la mia consapevolezza rispetto alla vergogna. Adesso so che posso sopravviverle. Sembra una sciocchezza, ma non è così. Scappiamo da un’emozione perché pensiamo di non reggerla, di non essere abbastanza forti. Forse un tempo, da piccoli, veramente non lo siamo stati. Forse qualcuno si è approfittato della nostra fragilità. Ma adesso siamo adulti e molto più capaci. Solo che non sappiamo di esserlo.
“Sì, posso farcela, posso sopravvivere a quella sensazione così spiacevole. Durerà qualche secondo ma poi passerà e al suo posto subentrerà qualcos’altro. Non morirò.”
Adesso c'è molta meno paura di tirare fuori quella che sono, nel bene e nel male. Anche quando quello che ho da dire è spiacevole o va contro ad ogni aspettativa.
Ho iniziato a scrivere. Cosa che volevo fare da così tanto tempo, ma la vergogna del giudizio altrui era ancora intollerabile. Bene, adesso non lo è più. Scrivo principalmente per me stessa e ne traggo un grande piacere. Se qualcun’altro amerà ciò che scrivo, o se li sarà utile, ne sarò contenta.
E allora, cosa c’entrano le bugie? C’entrano, c’entrano...
La mia incapacità di tollerare la vergogna e il conseguente senso di colpa che provavo quando temevo di essere sbagliata, mi obbligavano a mentire. Certo non si trattava di “bugie” in senso stretto. Ma di un mentire a me stessa e poi anche agli altri. Nel modo in cui mi presentavo e nei miei tentativi, a volte veramente infantili, di coprire gli errori e i misfatti.
Negare, sempre. Anche di fronte all’evidenza!
Prendersi la responsabilità di quello che si è fino in fondo, mostrare la propria anima senza storpiarla o manipolarla, è un grande passo di crescita ed una grande liberazione.
Io l’ho fatto a 38 anni. Meglio tardi che mai!
Ogni tanto ancora ci casco, ma in ogni caso mi correggo.
Ieri un’amica mi ha fatto notare che avevo commesso ben due errori di ortografia in un post scritto su fb. Oddio che vergogna! E insegno anche italiano ai bambini. Dopo i primi cinque minuti passati a pensare cosa poterle inventare per coprire l’errore (i vecchi meccanismi sono duri a morire), mi sono “svegliata”! Ho ringraziato e corretto il post, consapevole dei miei limiti e con il sorriso sulle labbra. Che a volte anche essere un po' incompetenti può essere divertente.
Da questo piccolo episodio é nata una riflessione che poi ha dato vita a questo scritto.
A dimostrazione del fatto che non si finisce mai di imparare e che dai cannoni possono nascere i fiori.
Da questo piccolo episodio é nata una riflessione che poi ha dato vita a questo scritto.
A dimostrazione del fatto che non si finisce mai di imparare e che dai cannoni possono nascere i fiori.

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