La fotografia mancata




Questa mattina in viaggio verso il centro di Izmir, sulla strada che precede l'entrata in autostrada, ho visto qualcosa che mi ha colpito profondamente.
Sul ciglio della strada, un uomo, un köylü direbbero da queste parti, cioè uno che viene dal villaggio, sta camminando. È vestito da lavoro, scarpe vecchie, pantaloni sdruciti, e soprattutto in testa il classico copricapo che spesso vedo indossare agli uomini che lavorano in zone rurali. Una specie di fusciacca bianca e arancione.
Questo uomo però non è solo.
Al suo fianco, mano nella mano, c'è suo figlio. Un bambino, sui 7/8 anni, anche lui vestito da lavoro, stesse scarpe vecchie, stessi pantaloni sdruciti, e soprattutto in testa lo stesso copricapo bianco e arancione.
Un padre e un figlio che camminano mano nella mano verso una giornata di lavoro.
Un'immagine così semplice ma allo stesso tempo così forte, che racchiude in se molta dell'essenza di questo paese, o almeno di una sua parte.
Ho pensato alla felicità di quel bambino, di poter passare una giornata con il padre, facendo le stesse cose che fa lui, sentendosi grande, importante, responsabile. Ho immaginato lo sguardo di quel figlio, lo stesso che vedo in tanti altri bambini che, soprattutto nel fine settimana, aiutano i genitori; uno sguardo dove non c'è noia o rabbia ma solo gratitudine.
Ed ho immaginato la felicità del padre di poter condividere il proprio lavoro con il figlio maschio che sta crescendo e sta diventando un giovane uomo.
C'era un senso di parità in quell'immagine.
E tanto sta proprio in quel copricapo.
Non sei solo il mio aiutante, un bambino che mi porto dietro perché nessuno ti può guardare. "Sei come me", "siamo insieme, insieme camminiamo e insieme lavoriamo".
E c'era un'infinita tenerezza. Quella stessa dolcezza che gli uomini turchi, così lontani dal nostro immaginario comune, provano e dimostrano verso i loro figli e verso i bambini in generale.
Sarebbe bello poter vedere in Europa lo stesso slancio e lo stesso rispetto che c'è qui per i bambini.
Noi ricordiamo solo ciò che ci emoziona. È l'emozione, l'inchiostro che scrive i ricordi nella nostra memoria.
Questa mattina non sono stata così pronta e veloce da fermarmi e chiedere di poter scattare una fotografia a quel padre e a quel figlio. Sono stata indecisa se tornare indietro ma la strada era troppo lunga e ha vinto la pigrizia.
Ma l'emozione che ho provato guardandoli e tutto quello che ho pensato e immaginato subito dopo, ha stampato quell'immagine nella mia memoria, trasformandola in una indelebile fotografia.
E non pensiate che quell'immagine non abbia fatto nascere in me anche tante altre domande: perché a quell'ora della mattina quel bambino non era a scuola? E' stato solo un caso o è la sua routine, un piccolo sacrificato al lavoro? E quel padre che responsabilità ha in tutto questo?...e così via.
Ma oggi ho scelto di far prendere ai miei pensieri un'altra direzione, più poetica, non so se reale oppure no, perché ciascuno di noi a volte ha bisogno di un po' di poesia!

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