Come un elefante...
La maggior parte di noi è appena tornato a “casa” dalle vacanze natalizie o sta viaggiando proprio in questo momento. Fare e disfare di nuovo le valigie. Salutare tutti, parenti e amici. E mettersi in viaggio. Di nuovo.
Ma in tutto questo andare e tornare, prima o poi a tutti noi capita di chiedersi: ma Casa dov’è?
La mia Casa qual’è?
Questa è la domanda che prima o poi ognuno di noi al rientro nel paese che ci accoglie, si fa.
Ed in questa semplice frase di tre parole, si nasconde tutta la nostalgia, lo smarrimento, ma anche la sorpresa di capire, anno dopo anno, che Casa non è più là, ma non è neanche completamente qua.
E allora come si fa? Come si può vivere in bilico tra due mondi?
Il destino di chi sceglie, più o meno consapevolmente, di cambiare vita e paese, può essere complicato.
Questo viaggiare da un continente all’altro, da una cultura all’altra, porta con se tutta la contraddittorietà sentimentale e l’ambiguità emotiva che ci contraddistingue.
Umberto Galimberti la definisce “l’infinita inconciliabilità’ tra il “qui ed ora” e il “lá ed allora”, ed io credo che abbia perfettamente ragione quando insiste sull’impossibilità di poter essere completamente qua, senza aver lasciato almeno un pezzettino di noi là, e la difficoltà di stare nel presente senza cascare continuamente nel ricordo del passato.
Ieri al telefono con mia madre, alla fine di un discorso più o meno nostalgico, lei conclude dicendo: “Ma tanto tu sei là ed io sono qua, e questo non cambia”. Sa di rassegnazione, ma anche di accettazione. Dopo anni di lotta, di tentativi più o meno velati di farmi cambiare idea, di farmi tornare indietro, pur sapendo quanto fosse impossibile, il tempo dello scontro è finito. Adesso io sono qua e lei è là.
Ma quanto lavoro c'è dietro a questa conquista, che è sua ma anche mia? Quante partenze e quanti ritorni? Quanti pianti di nascosto all’aeroporto? Quante vacanze passate e finite troppo in fretta? Quante volte a dirsi: “ Ma tanto 6 mesi passano alla svelta!”?
A chi ci guarda dall’esterno, spesso tutto sembra facile e meraviglioso. Cambiare vita, ricominciare da zero, prendere la distanza da certe situazioni incancrenite dal tempo, avere la possibilità di scrivere un nuovo capitolo.
Ed in parte è così.
Ma c'è molto di più.
Si dice che chi fa questa esperienza, sia che stia scappando, sia che sia partito per amore o per lavoro, in ogni caso ripercorra le tappe della crescita, dalla nascita all’eta adulta. Autorevoli autori hanno dimostrato che effettivamente si riparte da zero, insomma la scienza sociologica dimostra che quelli come noi nascono due volte, e due volte crescono.
Ripensando alla mia di esperienza, non posso che essere d’accordo. Partire da sola, senza nessuno al seguito, iniziare a vivere in un luogo e in un paese che fino a quel giorno non aveva nessun significato. Non saper parlare. Non capire quasi niente né di quello che si dice né di quello che si fa. Come ci si deve comportare, le regole culturali, le frasi fatte, i convenevoli...tutta roba sconosciuta e da imparare. Proprio come un bambino.
Fare i primi passi in un ambiente nuovo, sconosciuto, immenso. Non possiedi una bussola per orientarti, se sei fortunato hai accanto qualcuno che ti accompagna.
Imparare a chiedere aiuto e a riceverlo. L’umiltà che hanno i bambini di farsi guidare.
Poi le prime esperienze di emancipazione. Le prime uscite da solo. Le prime parole dette con vergogna ma anche soddisfazione. Inizi ad adattarti veramente.
Finalmente puoi parlare e farti conoscere per quello che sei. Cominci a sentirti “a casa”.
Alcuni di noi si sentono dei traditori per questo, ma è inevitabile e anche salutare.
Certamente non significa aver dimenticato la propria radice, anzi nel migliore dei casi, se il processo di adattamento avviene in modo sano, semplicemente si accetta di far parte di due mondi e di vivere perennemente in bilico tra i due. Come un’equilibrista, o forse più come un elefante che impacciato cammina sul filo della vita cercando di non cadere o tutt'al più imparando a rialzarsi.
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