Anche gli psicologi piangono...
La maggior parte delle persone pensa che la categoria alla quale anche io appartengo, e cioè quella degli psicologi, sia esente da un sacco di cose. Pensa che in virtù della professione che abbiamo scelto e degli studi che abbiamo fatto, sappiamo affrontare la vita senza scossoni, che conosciamo noi stessi alla perfezione, e che siamo in grado di leggere il cuore e la mente degli altri ad un solo sguardo.
Una specie di creatura mitologica, da temere o da venerare, a seconda dei casi.
Le aspettative nei nostri confronti sono alte, a volte altissime. Per quelli come “noi” è severamente vietato avere esitazioni, dubbi, incertezze, figuriamoci fare errori di qualsiasi tipo, avere fragilità,essere sensibili, piangere, arrabbiarsi, sbagliare con i figli, litigare col marito, odiare la suocera o qualsiasi altra cosa che in qualche modo metta in risalto la nostra “ umanità”.
Nel periodo in cui frequentavo il mio di analista, (perché anche gli psicologi, anzi soprattutto gli psicologi, vanno dallo psicologo), quando da paziente mi capitava di fare lui domande alle quali nessuno, a parte me ovviamente, avrebbe potuto conoscere la risposta, Lui, che era un grande, apriva il cassettino della sua bella scrivania in legno invecchiato e tirava fuori una sfera di vetro. Sí, proprio quella delle maghe e delle fattucchiere. Era il suo modo ironico e intelligente per farmi capire quanto fosse inutile da parte mia chiedere a qualcun’altro a proposito della mia stessa vita.
La lezione era questa: di te stesso, nessuno, e dico nessuno, può saperne più di te.
Ma purtroppo non tutti hanno avuto la fortuna di avere un maestro come lui sulla propria strada e così quando dici che sei psicologo, ti trovi di fronte a due tipi di reazione: o ti amano o ti odiano. Non esiste via di mezzo. O si affidano a te completamente oppure cercano in tutti i modi di dimostrare che non hai capito nulla. In entrambi i casi il ragionamento di chi ti sta di fronte è più o meno lo stesso: “Lui ha capito tutto di me mentre io non ci ho capito niente” contro “ Lui pensa di aver capito tutto di me, ma io gli dimostrerò che non è così!”.
È molto raro che le persone, e non parlo dei pazienti con cui lavoriamo, ma anche amici e conoscenti, vedano in te la persona. La professione prende quasi sempre il sopravvento. Almeno i primi tempi. A volte c'è pregiudizio, a volte c'è la paura di essere giudicati, come se il nostro lavoro consistesse in questo. A volte esce fuori il cinismo e il sarcasmo, in altri casi si viene investiti di domande e richieste di consigli. Alcune persone pretendono che tu le ascolti ma non accettano che poi sia tu ad avere bisogno di aiuto.
Beh, vi do una notizia: noi psicologi siamo esattamente come tutti gli altri. Ci arrabbiamo e a volte ci infuriamo, anche fino a perdere il controllo. Possiamo essere tristi e perfino disperati. Viviamo delusioni e sconfitte. Caschiamo e ci rialziamo come tutti. A volte siamo felici come bambini, emozionandoci per cose sciocche ma che ci fanno battere il cuore. Perdiamo la pazienza con i nostril figli e spesso non sappiamo come fare con loro. Come genitori viviamo perennemente nella paura di sbagliare e di non saper rimediare. Abbiamo dubbi e incertezze, poche sicurezze e verità. Diciamo bugie per salvarci in situazioni difficili e mentiamo a noi stessi. Discutiamo con il nostro partner e ci sentiamo soli; ci dimentichiamo di ascoltarlo e perfino della data dell’anniversario.
Facciamo errori, a volte piccoli, a volte grandi. Tradiamo la fiducia delle persone a cui teniamo e sprechiamo tempo a correre dietro alle cose sbagliate.
Abbiamo paura della vita e della morte, di perdere le persone che amiamo o di lasciarle noi, magari per un colpo di testa che ripagheremo poi...
Cantiamo nella doccia quando siamo soli in casa e ci mettiamo le dita nel naso quando siamo in fila al semaforo. Mangiamo la cioccolata di nascosto quando i nostri figli non ci vedono e ci commuoviamo guardando un vecchio film in tv.
Insomma...siamo esseri umani, dalla A alla Z, né più né meno di tutti gli altri.
Ma allora c'è da chiedersi che cosa fa di noi persone, anzi professionisti, in grado di aiutare gli altri?
Perché alla fine questa è la domanda che conta.
Perché le persone dovrebbero rivolgersi a persone così “normali”, ordinarie, per risolvere i loro problemi esistenziali? Chi glielo fa fare di pagarci per questo e di affidare la loro vita ed il loro benessere nelle nostre mani?
Bene, io questa domanda me la sono fatta e me la faccio spesso perché penso che nel nostro mestiere non bisogni mai smettere di ragionare sulle cose.
Se è vero che nessuno può saperne di te stesso più di te, se è vero che al pari tuo anche io arranco sul filo della vita, allora che cosa posso fare io per te? Come posso aiutarti?
Per rispondere a questa domanda, devo fare un passo indietro. E soprattutto, devo fare a me stessa un’altra domanda: cosa ho fatto io per me stessa? Come mi sono aiutata?
Si sceglie di diventare psicologi non per caso, ma per necessità. La maggior parte di noi è talmente complesso e sfaccettato da fare molta fatica a capirci qualcosa. Molti di noi vengono da vicende familiari complicate, non dico necessariamente traumatiche, ma di sicuro complesse. E la nostra enorme sensibilità fa il resto. Si sceglie di diventare psicologo non per aiutare gli altri, ma per aiutare se stessi. Certo all’inizio questa consapevolezza non c'è. Ti racconti che sei altruista e che vuoi fare qualcosa per gli altri. Ma l’unico essere che in quel momento chiede aiuto, sei tu. E in un modo o in un altro si inizia questo percorso. Finché studi solo sui libri, le risposte non arrivano. Ma prima o poi incontri qualcuno, un professore, uno studente più avanti di te, un tutor, qualcuno che ti mostra la strada.
Al quarto anno di università ho frequentato un corso di cui non mi importava niente ma era obbligatorio. E così la mattina sono andata a lezione e mi sono seduta. C'erano un sacco di studenti e non capivo come tutti potessero essere tanto interessati a quell’argomento. In realtà l’interesse era per il docente, che io non conoscevo ma che in facoltà era una “leggenda”.
Il professore è entrato e ha iniziato la sua lezione facendoci una semplice domanda:”Che cosa sentite in questo momento?” Domanda facile, vero? La risposta però altrettanto non lo è stata.
Abbiamo iniziato a guardarci negli occhi e praticamente nessuno di noi ha saputo formulare una frase che avesse un senso. Il professore ci spiegò che per fare questo mestiere avremmo dovuto imparare a “sentire” e col tempo diventare così allenati, da sapere sempre o quasi cosa sentivamo. Sembra una cosa tanto banale, ma non lo è. Ci consigliò di farci spesso quella domanda e di provare a darci una risposta. Senza cercare grandi parole ma come risponderebbe un bambino.
Ho fatto questo esercizio tante e tante volte ma la risposta è arrivata solo dopo diversi anni, quando poi, in preda ad un mezzo esaurimento nervoso, da quel professore ci sono tornata ma come paziente. E ci sono andata tanto, per quattro anni. E passo dopo passo, come fanno i bambini quando imparano a camminare, ho imparato a sentire. Non che prima non sapessi farlo. Tutti noi sentiamo ovviamente. E lo facciamo di continuo finché siamo vivi. Ma c'era qualcosa nel mio processo interno che non funzionava o non aveva funzionato bene. E così non sapevo riconoscere bene ciò che sentivo, soprattutto quando non erano emozioni forti o violente. Sapevo riconoscere la rabbia e la tristezza, ma facevo molta confusione con la vergogna, il senso di colpa, la gelosia...Non sapevo dare bene loro un nome, definirle nel modo giusto. E se tu non sai fare questo, non saprai neanche fare il passo successivo, che consiste nel formulare il tuo bisogno sulla base di ciò che senti. Detto in altre parole, sentire, per poi nominare, per poi sapere che cosa si vuole.
Ci sono persone che sentono poco o in modo attenuato, per paura e per difesa. Ci sono persone che pur sentendo, poi fanno confusione nel processo di riconoscimento, e così scambiano la voglia per paura, la tristezza per rabbia e la gioia per senso di colpa.
Ci sono altri che pur sentendo e definendo in modo giusto, poi comunicano distorcendo e manipolando prima se stessi e poi gli altri.
Ma per tutti il punto di partenza è spesso comune: il sentire. Il rapporto con le nostre emozioni.
Ora, ritornando alla nostra domanda iniziale, la risposta per quanto mi riguarda, può essere questa.
Lo psicologo, proprio come ogni altra persona su questa terra si emoziona, perché è vivo. Se trovi uno psicologo che controlla le proprie emozioni, a mio avviso diffida. Lo stesso vale anche se trovi chi vuole dirti chi sei e cosa fai, non importa quanto sia bravo o convincente.
Quello che ci permette di provare ad aiutare gli altri, non è tanto l’avere chissà quale verità in mano sulla vita e sugli esseri umani. Ma piuttosto aver avuto la fortuna di aver scelto un percorso, di studi prima e professionale poi, che ci ha obbligati a fare i conti con il disordine che avevamo dentro ed ha imparare un modo, personale ed unico, per mettere un po' di ordine. Imparare un metodo per districarsi in quel mare di sensazioni che giornalmente sperimentiamo e poter capire quali di loro sono importanti e quali meno, e soprattutto smettere o almeno ridurre di molto la tendenza a mentirsi e al suo posto sviluppare il coraggio di sentire fino in fondo e da lì poter capire dove siamo e dove vogliamo andare.
Perché l'unica guida che abbiamo in questa "selva oscura" che é la vita, siamo noi stessi, solo che molto spesso non lo sappiamo.
Perché l'unica guida che abbiamo in questa "selva oscura" che é la vita, siamo noi stessi, solo che molto spesso non lo sappiamo.
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