26 anni di guerra...

È il 1994. Mi trovo a Castiglioncello. Lì abbiamo una casa. Mi piace tanto. Ci passiamo le estati da quando sono piccola. Da qualche mese ho un fidanzatino. La nostra storia è fresca fresca. Staremo insieme 15 anni. Quella sera i miei non ci sono, è mia sorella che deve badare a me. Ma lei ha 20 anni e non è particolarmente attenta. Così, assieme al mio fidanzatino, facciamo una “fuga”, col motorino, senza casco. Insieme sfrecciamo sullo stradone che costeggia la Solvey, la grande fabbrica, il mostro che produce bicarbonato e imbianca le spiagge e il mare. Di notte le sue alte torri sembrano grattacieli  illuminati. Ci sentiamo come su una larga strada di Los Angeles. Passiamo quella serata seduti in un piccolo parco a chiacchierare. Parlare con lui è facile. Mi ascolta con piacere. È una sensazione nuova. Per la prima volta racconto a qualcuno i fatti della mia famiglia. Ho 15 anni ma capisco già tante cose. I miei non vanno d'accordo, penso che si separeranno. Racconto queste cose dal mio punto di vista, non sono tanto abituata a farlo. Di solito a casa nessuno chiede la mia opinione. Alla fine del racconto, lui con una sincerità che non lascia spazio ai dubbi mi dice:” Sei una persona molto intelligente”. È la prima volta che qualcuno me lo dice. Io non sapevo di esserlo.
Io durante un viaggio in Namibia nel lontano 1997
È il 1997. La mia famiglia è in pieno caos. I miei alla fine si sono separati, ma non è stata una separazione facile. Viviamo ancora tutti sotto lo stesso tetto. È guerra, tutti i giorni. Io faccio la quarta liceo. È dura. Da quando ho dovuto cambiare scuola, arranco. I miei voti fanno pena. Non riesco a risollevarmi. Il mio fidanzatino mi è sempre accanto. Mi sostiene, mi incoraggia, mi dà ripetizioni di matematica. Sono una frana. I professori sono molto duri. Nessuno è interessato alla mia situazione a casa. Per loro sono solo una studentessa che non si impegna o, nel migliore dei casi, che non capisce nulla. Invece io passo i pomeriggi a studiare ma la mattina quando arrivo davanti a scuola, mi prende una paura che non riesco a respirare e così invece di entrare, me ne vado, con un senso di sconfitta dentro che mi schiaccia il cuore.
Ho deciso che non andrò all’università. È troppo difficile per una come me. Un fallimento sicuro. Voglio però aiutare gli altri. Voglio aiutare i bambini e i ragazzi che non hanno nessuno. Così decido che farò un corso breve per diventare assistente sociale. Il mio ragazzo si arrabbia, insiste nel dirmi che devo andare all’università, che ce la posso fare. Ma io non gli credo.
Io, mamma e Jessica durante un compleanno, nel nostro periodo più duro
È il 1998. Ultimo anno di liceo. Finalmente! Le cose a scuola vanno un un pochino meglio. Quell’anno la scuola organizza dei seminari orientativi per noi della quinta. Ci vado così , un po' per curiosità, un po' per perdere un’ora di lezione. Quel giorno, il Professor Capezzone tiene un seminario sulla professione di Psicologo. È la prima volta che ne sento parlare. Lui racconta, e io penso che è esattamente quello che voglio fare. L’unico problema è che per diventarlo, devo andare all’Università. Comincio a farci un pensierino.
Arrivo all’esame di maturità con tutte le paure di ogni studente. Vengo ammessa con voti bassi e il professore di Arte mi dice che al massimo posso aspirare ad un 40/60. Sentirlo mi fa male. Non credo sia il voto che merito. Litigo col prof. di italiano perché non accetto di essere ammessa col 6. “Il mio voto è 7”, gli dico, di fronte a una classe sbigottita. Lui, di tutta risposta:” Va bene, ti ammetto col 7, ma la responsabilità sarà tua. Quando vedranno che non puoi sorreggere questo voto, per te saranno guai”. Ho paura, ma mi metto a studiare. Preparo l’esame come se fossi già all’università. Studio molto di più del necessario. Studio su libri che non sono neanche nel programma. Ci metto tutto l’impegno di cui sono capace. Durante l’orale, prendo 7 a geografia astronomica, e il professore mi fa i complimenti perché sono tra le poche che ha saputo rispondere al quesito di intelligenza; ad italiano prendo 8. È un trionfo. Il membro interno, il prof. di matematica, con il quale ho guerreggiato per tre anni, esce fuori e si congratula con me. Passerò l’esame con 48. Un buon voto. Sono soddisfatta.
Decido di iscrivermi all’università. Facoltà di Psicologia. Forse ce la posso fare. Mi do un anno di tempo. Se alla fine del primo anno sarò in pari, allora continuerò.  Ogni anno riesco a terminare gli esami, a prendere la borsa di studio, a pagare le tasse, lavorando. Sono contenta di me. I miei voti sono buoni. Il mio fidanzatino inizia ad essere geloso dei miei risultati.
È il 2005. Con un ritardo di due anni, ma il linea con la maggioranza degli studenti, termino la tesi di laurea. Mi laureo a Febbraio. Voto: 110. Sono felice. Non mi aspettavo un risultato così. Non mi capita spesso di essere soddisfatta di me, ma in quei giorni cammino a  tre metri da terra. Festeggio con la mia famiglia, è presente anche mia nonna. Lei forse è quella più soddisfatta. Ho realizzato anche un suo sogno. Lo dice a tutti, che sono dottoressa, mettendomi anche in imbarazzo.
Io e nonna Rosanna nel giorno della mia tesi
Il mio fidanzato mi festeggia a fatica. Lui è indietro con gli esami. Si laureerà solo tre anni dopo. Svaluta continuamente il mio titolo. 
È il 2007. Dopo due anni dalla laurea, non siamo ancora a niente. Tra tirocinio, esame di stato e tutto il resto, qui ancora non si è vista una lira. Faccio ripetizioni ai bambini, correndo da una casa all’altra. Ho iniziato la specializzazione. Costa una sacco di soldi. Lavoro e pago, lavoro e pago, lavoro e pago. Mi dico che prima o poi arriverà un momento migliore.
È il 2008. Decido di aprire lo studio. Trovo una piccola stanza vicino a casa, a Empoli. Ci vado a piedi e dalla finestra si vede il fiumiciattolo Orme. Inizio a lavorare, a vedere i primi pazienti. Tutto quello che entra, esce. Non ho una lira in tasca. Ma sono all’inizio, per cui va bene tutto.
È il 2009. Il lavoro allo studio, dopo circa un anno e mezzo, va benino. Ci sono alcuni pazienti, e un po' di bambini che non mi hanno voluto mollare. Si inizia ad ingranare...l’anno prossimo finirò la specializzazione e poi...
È il 2010. Il treno Turchia mi investe in pieno. Devo decidere. Rimanere e rinunciare all’amore o partire e rinunciare al lavoro. Scelgo la seconda, ovviamente. Chiudo lo studio. E parto. I primi mesi sono quasi liberatori. Non devo pensare a niente, nessun obbligo, nessuna responsabilità. Ė una bella sensazione. Mi riposo. Sono incinta. Per finire la specializzazione manca solo la tesi. Decido che la farò, poi.
Io incinta di Luna Rosa
Io e mio marito nell'estate del 2010
Ė il 2015. Ho due bambini e lavoro a singhiozzo. La libertà dei primi tempi, non c'è più. Prevale la voglia di fare qualcosa e la paura di non riuscirci. Vivo in un paese straniero e con due bambini piccoli non è facile. Ma non demordo. Qualcosa devo fare. Ritrovo la voglia di fare il mio lavoro, quello per cui ho studiato tanto. Non voglio dipendere da mio marito. Questa è una cosa che non ho mai accettato, per quanto qui sia ritenuta normale. Non per me. Inizio a lavorare a scuola, ma non è quello che voglio. Io sono una psicologa. 
I miei bambini 
È il 2016. Inizio a fare dei tentativi. Nessuno mi conosce qua. Il mio turco non è ancora così buono. Gli italiani sono pochi. Non so che cosa fare. Incontro due italiane, che come me hanno voglia di fare. Credo nel progetto comune. Iniziamo a collaborare. Sono così felice.  Perché io da sola non credo di potercela fare. Dopo solo tre mesi, il progetto si rompe e una delle due inizia a creare problemi, insensati, improbabili. Racconta bugie, ci mette in cattiva luce con tutti. Sono costretta a fermarmi, di nuovo. 
È il 2017. Un anno bruttissimo. Sono così triste che non riesco a risollevarmi. I mesi passano così. Io li lascio passare. Ho ancora il lavoro a scuola. Mi impegno, ma non è ancora quello che voglio. Io volevo aiutare gli altri. Volevo essere utile al prossimo. Alla fine di quell’anno credo di avere toccato il fondo. E dal fondo ho iniziato a risalire. Decido di affrontare la situazione guardandola da tutt’altra angolazione. Decido di riprendere i miei studi e di provare a terminare la tesi di specializzazione. È difficile, sono passati dieci anni. Non so da che parte rifarmi. 
È il 2018. A giugno discuto la tesi e mi specializzo in Psicoterapia Integrata. Non credevo di farcela. Ma ce l’ho fatta. Ancora una volta. Inizio a ripensare al mio progetto, quello che mette insieme il mio lavoro alla voglia di essere utile per gli altri e anche alla nuova esigenza di fare “belle cose”.
Io il giorno della tesi di Specializzazione 
È il 2019. L’anno dei miei 40 anni. Devo assolutamente compicciare qualcosa entro questo anno. Gli anni col 9 mi hanno sempre portato fortuna. Ce la metto tutta e a Dicembre finalmente apro il centro, luogo dover poter realizzare i miei sogni.
Una foto dal Centro appena dopo l'apertura 
È il 2020. C'è una pandemia in corso. È uno scenario che nessuno di noi poteva prevedere o immaginare. Due settimane fa ho dovuto chiudere il centro, dopo soli tre mesi di attività. Non so se e quando lo potrò riaprire. Mi sfugge il senso degli ultimi accadimenti. Ho tempo fino a Dicembre di questo anno per rimettermi in piedi. Nel frattempo dovrò comunque pagare le spese pur non lavorando. In Febbraio, una breve poesia giapponese mi ha detto: “plenilunio d’autunno...illuminerà anche delle nascite”. Quel giorno, quando l’ho letta, mi ha fatto sorridere. Certo non sapevo ancora quello che stava per succedere. Allora io spero che la luce di quella luna d’autunno illumini anche la mia strada e che tra le nascite ci sia anche la mia e quella del mio progetto, perché altrimenti stavolta, dopo tanto lottare e aspettare e cadere e rialzarsi, onestamente credo che mi fermerò. E sarebbe davvero un grande peccato.

Commenti

  1. Ciao! Mi piace il modo in cui ti racconti. Io sono in Turchia sa 1 anno...sono Svizzera ma di origini italiane. Avrei piacere di scambiare quattro chiacchere con te!

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    1. Ciao cara, scusami ma ho letto solo ora il tuo messaggio. Se sei ancora disponibile, possiamo metterci in contatto.

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